No more excuses!

Dopo una lunga assenza…here I am!

Ahimè, le vacanze stanno volgendo al termine e settembre è alle porte; la fine dell’estate segna l’inizio di un nuovo anno scolastico, che si traduce in nuove scuole, nuovi insegnanti, nuove esperienze…per alcuni le prime. Per ogni bambino che comincia il nido o la scuola dell’infanzia, ci sono due genitori che insieme a lui provano la stessa ansia, le medesime paure: è compito di noi insegnanti ed educatori infondere loro fiducia e rassicurarli, a volte sfatando qualche mito. Ed è proprio quello che farò oggi.

Ci sono, purtroppo, ancora tante false credenze e dubbi riguardo al bilinguismo. Tra i compiti di un’insegnante della scuola dell’infanzia c’è quello di preparare la presentazione dei progetti didattici, in occasione della prima riunione; un momento che ritengo cruciale per fare una buona impressione e per diffondere messaggi importanti. Naturalmente, io mi faccio portavoce dell’obiettivo mio e di altri colleghi, ossia far comprendere l’importanza di acquisire più lingue precocemente e cercare di cambiare la mentalità italiana, ancora poco aperta circa la questione. Ho stilato un decalogo di quelli che sono i miti e i dubbi più diffusi, nella speranza di essere d’aiuto a tanti genitori timorosi!

#1: «Non parla ancora in italiano!»

Quante volte avete sentito o detto questa frase? Leggere un libro in target language a un bambino di 8 mesi non ha senso, in quanto ancora non ha detto la sua prima parola in lingua madre. Niente di più sbagliato! Durante la prima infanzia, il cervello è dotato di maggiore plasticità e si strutturerà sulla base delle proprie esperienze e di ciò cui viene esposto: un bambino che impara simultaneamente due o più lingue non ha alcuna difficoltà, in quanto viene esposto in modo naturale alla lingua straniera, vale a dire nella stessa maniera in cui tutti gli italiani acquisiscono l’italiano. In alcuni casi di bambini bilingue si è notato un ritardo nella comparsa del linguaggio, un fenomeno che non deve assolutamente destare preoccupazione e che, comunque, non è la regola; ricordiamoci che ogni bambino ha i suoi tempi e le sue caratteristiche e se le prime parole compaiono a 13 mesi invece che a 9 non c’è da preoccuparsi. Il periodo che precede la produzione verbale, e vale anche per i bambini che vengono esposti a una lingua soltanto, prende il nome di periodo silente, durante il quale il cervello è impegnato ad ascoltare e registrare, prima ancora dei vocaboli, i suoni di una lingua. Ecco perché prima delle vere e proprie parole si osserva la cosiddetta “lallazione”: il bimbo non sta producendo vocalizzi casuali, bensì sta esercitando la sua futura competenza verbale, talvolta emettendo suoni davvero difficili da riprodurre per un adulto…ed è qui che vi voglio! Detto in parole povere, un bambino che sta per affacciarsi alla vita non ha la minima idea del Paese in cui nascerà e tanto meno della lingua che si parla in quella nazione; il suo cervello deve essere, per cui, in grado di adattarsi tanto al francese quanto al tedesco, al mandarino o allo swahili e vi assicuro che se per un individuo adulto italofono il fonema inglese /ə/, chiamato “Schwa”, è uno dei più ostici, un neonato di 4 mesi lo saprà riprodurre senza problemi.
Insomma: the sooner, the better!

#2: «E se poi si confonde?»

Trust me, si confonde di più una persona che impara una nuova lingua quando ha 25 anni, incappando in errori come “Liza and his dog” (anziché her, secondo la regola grammaticale inglese che vuole che l’aggettivo o il pronome possessivo si concordino con il possessore e non con il nome cui si riferiscono, al contrario della lingua italiana). Un fenomeno tipico dei bilingue e che, spesso, viene scambiato per confusione è il Code Switching o commutazione di codice; in realtà, tutti oggi operiamo questa alternanza linguistica, ad esempio quando parliamo di “happy hour” e non di “aperitivo”, quando diciamo che abbiamo avuto un “meeting” importante in ufficio, lo facciamo per dare enfasi al discorso o, semplicemente, per sembrare più cool (a’ ridanghete!). Per un bilingue è un metodo per essere più fluente, egli pensa in due lingue e può, perciò, accadere che inserisca qua e là dei vocaboli in lingua straniera, se il suo cervello glielo suggerisce; tuttavia, se ha davvero piena padronanza di entrambe le lingue saprà quando usare esclusivamente una o l’altra. Altra questione è, invece, il Code Mixing, tipico dei bambini e degli adulti che stanno apprendendo una lingua e consiste nel prendere in prestito dalla lingua madre alcune strutture e regole grammaticali, applicandole alla target language e, ovviamente, sbagliando. L’esempio fatto all’inizio del paragrafo calza alla perfezione. Un anglofono che sta imparando l’italiano potrebbe dire frasi come “Sono innamorato con Susan”, un tedesco “Il luna è molto bello stasera” (in tedesco “luna” è di genere maschile, der Mond). Errori di questo tipo vengono detti di transfer e sono più diffusi nei casi di bilinguismo consecutivo e tardivo, difficilmente si notano in quello simultaneo, proprio perché in questo caso il sistema cognitivo elabora i sistemi lessicali di L1 e L2 contemporaneamente e differenziandoli da subito, invece di basare quello di L2 su L1. Un discorso a parte meritano gli errori evolutivi, presenti anche nei bambini monolingue: mai sentito un treenne dire “Ho aprito la porta”? La causa risiede nel fatto che il bambino sta formulando delle ipotesi sulla struttura della lingua (se il participio passato di condire è condito, perché mai non dovrebbe essere giusto aprito?) e si tratta di una tappa obbligatoria nel processo di acquisizione.

#3: «Ci ho provato, ma mio figlio non vuole rispondere.»

“Luca, what colour is this?”. Silenzio.

“Is it blue or yellow?”. Silenzio.

Luca fissa negli occhi il papà, non parla, non accenna nemmeno un minimo movimento della bocca. Lo guarda e basta, lo guarda come se non capisse, eppure sono due anni che i genitori gli leggono libri in lingua, gli cantano “Twinkle Twinkle” come ninna nanna; per Natale ha addirittura ricevuto un orsetto interattivo con giochi sia in italiano che in inglese. “Dove sbagliamo?” si chiedono la madre e il padre di Luca. E inevitabilmente finisce che gettano la spugna, troppi sforzi mai ripagati, probabilmente loro figlio non ama e non amerà mai l’inglese, avrà di sicuro altre attitudini, magari per la matematica.

La frustrazione dei genitori in questi momenti è tanta, è reale, ma la colpa non è loro. Non è nemmeno del metodo utilizzato, della quantità di ore dedicata alla target language, del bambino…la colpa non è di niente e nessuno, si tratta semplicemente del periodo silente, di cui ho accennato sopra. Più nello specifico, il silent period è la fase passiva in cui il bambino allarga e consolida il suo vabolario, ma ancora non vi è produzione orale; per capire se l’apprendimento sta avendo successo basta osservare il suo comportamento e il modo in cui reagisce alle richieste in L2. Per esempio, se il genitore dice “Bring me your doll” e il bambino prende la bambola e gliela porta, significa che è in grado di comprendere il significato globale di un enunciato; a tale richiesta si possono poi aggiungere più dettagli, come il colore del vestito o dei capelli del bambolotto (“Bring me the doll with the red dress. Not the one with the blue skirt”), per verificare che il piccolo abbia sviluppato anche la comprensione analitica. È importante ricordare, inoltre, che non bisogna caricare d’ansia da prestazione i bambini, evitando i contesti giudicanti, affinché possano sentirsi liberi di provare e sbagliare.

Continuate a fornire ai vostri figli grandi quantità di stimoli in L2 e non interrogateli, soprattutto in presenza di altre persone! Non fateli sentire dei fenomeni da baraccone.

#4: «Io e il papà non conosciamo l’inglese.»

Sicuramente una buona conoscenza della L2 aiuta, permette di parlarla in modo fluente e soprattutto spontaneo, eppure non è un elemento imprescindibile. Anzitutto, mentre vostro figlio impara, potete imparare anche voi! L’ostacolo maggiore, a mio parere, sarà il vocabolario scarno, ma a poco a poco svilupperete una competenza tale da farvi capire anche tramite infiniti giri di parole. Leggete tanto – iniziando per gradi -, sottolineate e cercate le parole che non conoscete e trascrivetele su un quaderno; esercitate la comprensione orale attraverso canzoni, film, telegiornali…ma vivete tutto come un regalo che state facendo a voi stessi e a vostro figlio, dovete credere fermamente che state migliorando la qualità della vostra vita e se avete acquistato un libro di grammatica con esercizi, buttatelo. Affinché l’acquisizione di una lingua avvenga in maniera naturale, è necessario abbandonare la classica impostazione scolastica, secondo cui prima viene la grammatica e poi il resto. Un italofono alla scuola primaria non fa esercizi di grammatica fino al secondo/terzo anno, eppure parla già perfettamente italiano; perché allora ostinarsi a insegnare la seconda lingua in modo diametralmente opposto? Apprendere un’altra lingua in età adulta è un percorso faticoso, ma non impossibile, specialmente se c’è di mezzo l’amore.

Per favorire un contatto ancor più “vivo” e stretto con la target language, che favorirebbe sia voi che il bambino, potreste considerare l’idea di ospitare un au pair: avreste un grande aiuto in casa e nella gestione dei figli, sareste obbligati ad esercitare la lingua ed è una soluzione decisamente più economica rispetto alla classica baby-sitter. Insomma, volere è potere!

#5: «So l’inglese, ma non ho un buon accento.»

Cos’è di preciso un “buon accento”? Perché tutti pensano che si debba parlare come Elisabetta II, altrimenti il bambino verrebbe rovinato? Vi confesso che anch’io ero di questa idea. Nutro un amore spassionato nei riguardi dell’inglese british e a lungo ho avuto come scopo la sua emulazione, finché mi sono resa conto di usare in maniera molto più spontanea dei vocaboli in inglese americano, per il semplice fatto che a scuola mi hanno insegnato quelli e che le vecchie abitudini sono dure a morire. Inoltre, “british” vuol dire tutto e niente: il Regno Unito è grande e il british che parlano in Scozia non è assolutamente quello che parlano in Inghilterra, Galles o Irlanda; proprio come in Italia, esiste una varietà enorme di dialetti e, di conseguenza, di accenti diversi, cui si vanno ad aggiungere quelli etnici, dovuti al carattere multiculturale della loro società. L’inglese che parlano negli USA, in Sudafrica, in Australia e via dicendo non è inferiore a quello del Regno Unito, è solo diverso. Se, invece, per accento intendiamo la pronuncia è tutta un’altra storia; saper pronunciare correttamente l’inglese significa minimizzare il rischio di trasmettere una lingua inventata ai vostri figli. Si parla per comunicare un messaggio, il quale viene compreso anche se si ha un accento differente da quello dell’interlocutore, diventa invece più complicato se si sbaglia del tutto pronuncia. Quando avete dubbi, aprite la pagina di un qualsiasi buon dizionario inglese con il vostro smartphone: la maggior parte di essi hanno un’opzione che vi permette di ascoltare la pronuncia della parola cercata ed anche i diversi accenti!

#6: «Non ho tempo.»

La mancanza di tempo è forse la bugia più grande, perché per studiare una seconda lingua ne serve tanto, ma per viverla…beh, basta vivere!

Come ho già scritto, l’acquisizione deve avvenire naturalmente ed è controproducente passare le ore a fare esercizi grammaticali e studiare a memoria liste di vocaboli ed eccezioni. Ogni lingua è viva, la lingua sono le persone che la parlano, dunque deve diventare parte del quotidiano e per farlo serve davvero poco. Scegliete un momento all’interno della vostra routine da dedicare totalmente alla L2! Può essere la colazione o un altro pasto, il bagnetto, la storia della buona notte; pensate a un rituale che introduce il momento, come ad esempio una canzone o una breve formula accompagnata dai gesti, dopodiché rendete il tutto il più normale possibile, dite le stesse cose che direste in italiano e il gioco è fatto! Questo è un momento chiave, vale a dire quello in cui il bambino interagisce con l’altro in target language, aspetto che viene meno quando fruisce in solitudine degli stimoli che l’ambiente gli fornisce (libri, cartoni animati, giocattoli interattivi…). Con ciò non sto dicendo che gli input di questo genere siano inutili, badate bene! Ma serve sia l’una che l’altra cosa e, in particolare, l’interazione verbale con qualcuno che ama e di cui si fida è ciò che fa la differenza.

Ecco alcuni esempi pratici che fanno riferimento ai pasti:

“Finish your meal” / “Eat your vegetables” / “Chew well” o “Chew slowly” / “Can you please lay the table for us?” / “Just try a little bit of this tomato” / “Would you like some more?”

Un’attività molto divertente da fare è preparare insieme una ricetta tipica inglese o americana, ad esempio i pancakes, dando le istruzioni in lingua!

#7: «Fa già inglese all’asilo/a scuola.»

Molti genitori si giustificano con questa frase, ignorando che 45 minuti di inglese alla settimana non sono sufficienti affinché i bambini acquisiscano una competenza bilingue. Iniziare inglese al nido o alla scuola dell’infanzia costituisce senza dubbio un vantaggio, rispetto a chi lo comincia successivamente; tuttavia, se il lavoro non continua al di fuori dell’ambiente scolastico, è impossibile che il bambino riesca a comunicare in L2: conoscerà la traduzione di alcune semplici parole, saprà recitare canzoni e filastrocche, ma non sarà in grado di iniziare e portare avanti un discorso. Dipende da cosa il genitore si aspetta e desidera. Quindi occupatevi voi di fare “il grosso” a casa e vedete l’ora di inglese scolastica come un rinforzo, anziché il contrario; non tutti possono permettersi di iscrivere i figli in scuole bilingue, quasi sempre private e con rette dispendiose, ma non per questo dovete arrendervi e illudervi che l’insegnante, sia anche madrelingua, possa fare miracoli.

#8: «Tutti i mercoledì partecipa a un playgroup. Non basta?»

No, purtroppo non è sufficiente e per le stesse ragioni dette sopra. I playgroup sono degli incontri, di solito a cadenza settimanale, che avvengono al di fuori del contesto scolastico e durante i quali un piccolo gruppo di bambini, divisi per fasce d’età, viene coinvolto in attività ludiche sotto la guida di un’insegnante di lingua. Li possiamo distinguere in due categorie:

  1. playgroup cui partecipano solo i bambini;
  2. playgroup pensati sia per i piccoli che per i genitori.

Sull’efficienza della prima, onestamente, nutro qualche dubbio e non perché pensi che le insegnanti siano poco valide o le attività scadenti, anzi. La questione è: i 45 minuti di lezione all’asilo e i 60 del playgroup, sommati, renderanno vostro figlio bilingue? La risposta è no, a meno che non garantiate la continuità a casa. Ed ecco che entra in scena la seconda tipologia; l’esperta linguistica in questo caso funge anche da guida genitoriale, mostrando come portare avanti le attività che potranno essere replicate a casa. Un’ottima occasione di crescita anche per quei genitori che si sono da poco avvicinati alla lingua. Oggi, bambini e ragazzi hanno una miriade di impegni extrascolastici, troppi, mentre bisognerebbe lasciare che si annoino un po’ di più; nessun bambino sano se ne sta sul divano senza far niente, al contrario, quando non sa cosa fare pensa, inventa, nutre la propria fantasia. Lasciateli annoiare questi bimbi, se proprio avete difficoltà nella gestione di L2 allora investite il loro tempo, ma anche il vostro, nei playgroup. Nel peggiore dei casi passerete un bel momento mamma/papà e figlio. Se, invece, avete la voglia e le competenze per portare avanti la vostra missione in autonomia, non iscrivete il bambino ad attività del genere e lasciate che passi i suoi pomeriggi all’aria aperta, a sporcarsi di fango e ingerire qualche moscerino rimasto incastrato in una risata.

#9: «Mio figlio impara l’inglese con un’app!»

L’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) ha di recente dato delle direttive per crescere bambini sani dal punto di vista psicofisico. Per quanto concerne la tecnologia, divenuta oramai un’appendice del corpo umano, i pediatri consigliano di tenere a debita distanza ogni tipo di schermo fino ai due anni di età e di limitarne l’esposizione a un’ora per i più grandicelli. Il motivo è che stando davanti alla tv, al tablet o al cellulare diventa impossibile fare dei giochi attivi, a scapito dello sviluppo cognitivo e della salute – dagli anni Settanta il numero di bambini obesi in tutto il mondo è raddoppiato e la sua crescita non sembra arrestarsi -. Inoltre, è stato dimostrato che i bambini imparano meglio se il contesto d’acquisizione fa leva sulla relazione affettiva: creare un clima d’amore e di fiducia in classe incide positivamente sulla motivazione degli alunni, pensate allora a quanto potente può essere la relazione genitore-bambino! L’inglese del genitore sarà per il figlio la lingua dell’amore, la lingua in cui viene trasmesso l’affetto e il sostegno di cui ha bisogno, tutti aspetti che uno schermo non può dare. Un ulteriore rischio di lasciare i bambini davanti a un cartone animato in lingua, ad esempio, è che questi, in mancanza di sollecitazioni esterne, si concentrino passivamente solo sulle immagini ed isolino, invece, i suoni, facendo così venire meno lo scopo educativo dello strumento tecnologico. Prediligete audiolibri, canzoni e naturalmente la vostra voce per esercitare l’orecchio del bambino e lasciate che passino le ore in un mondo senza confini, invece di rinchiuderli dentro 50 pollici.

#10: «Al parco c’era un bambino bilingue, eppure non sapeva tradurre “…”.»

Quanti di voi, di fronte a un bambino che parla perfettamente una seconda lingua, hanno iniziato a porgli domande come si farebbe con un vocabolario? Essere un bambino bilingue NON significa saper tradurre, un vero bilingue non traduce, non pensa in italiano e poi parla in inglese, i suoi pensieri non hanno bisogno di essere tradotti. Quello della traduzione è un chiodo fisso della tradizione scolastica italiana e può avere un senso finché si fa con le lingue morte, ma non con quelle vive! Questa abitudine porta ad un’inevitabile mancanza di spontaneità e fluidità nella produzione orale, problema che i bambini bilingue non hanno, proprio perché il loro processo di acquisizione avviene diversamente. Saper tradurre non equivale sempre a saper parlare: un conto è conoscere i vocaboli, un altro è saperli mettere insieme formulando delle frasi di senso compiuto che vadano oltre il classico “The cat is on the table”. Non fate, quindi, questo genere di domande ai piccoli bilingue che incontrate, ma limitatevi a osservarli mentre giocano, fanno amicizia e persino i capricci in L2! L’impossibilità di tradurre è ancora più evidente se si fa riferimento a lingue lontane dalla nostra anche come cultura: il vocabolario fa riferimento ad una realtà talmente diversa che alcuni termini sono letteralmente intraducibili, ma si possono fare degli esempi anche con l’inglese. Mouse (il termine informatico),  Internet sono termini che l’italiano ha assorbito senza mutarli; tra le altre parole abbiamo fluffy, chill, brunch e la poetica serendipity. Parallelamente, se si tratta dei vostri figli, non preoccupatevi se non sanno il corrispondente inglese di “xyz”. Sanno fare molto di più.

Spero di non essere stata noiosa, i nodi da sciogliere erano tanti! Vi sentite più fiduciosi adesso? Lasciate i vostri commenti!

 

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